La storia


Non esistono prove e documenti che attestino, a Monte Sante Marie, preesistenti presenze etrusche, sebbene molti elementi possano fungere da indizio.
Monte Sante Marie nasce probabilmente come torre di avvistamento in epoca longobarda, quando fu realizzata la strada destinata a collegare le due grandi arterie dell’epoca: la via Lauretana e la via Scialenga. La Scialenga è quella sulla direttrice da Siena verso Arezzo, la Lauretana è quella che andava, e va, da Siena a Loreto via Asciano: fatta la strada di collegamento divenne bonificabile tutto il terreno compreso in quello spicchio di terra. In mezzo a questa, a sancirne il recupero, fu costruita la pieve, simbolo di “riconquista” e di giurisdizione religiosa: fu consacrata a San Vito, con l’aggiunta dell’appellativo “in versuris”, cioè di “terre destinate ad essere rovesciate”, ovvero bonificate, rese coltivabili. È questa da sempre, un paio di km prima del borgo, la chiesa parrocchiale di Monte Sante Marie (che al suo interno ne ha tuttavia altre due e ne ebbe tre, tutte però suffraganee a quella di San Vito). Un luogo sacro di straordinaria importanza storica: risulta come già “vetusta” nella famosa contesa del 714 tra i vescovi di Siena e Arezzo per il controllo di alcune pievanìe di confine, nonché sede dell’unico fonte battesimale esistente nel comprensorio oltre a quello di Vescona.
Perché la torre non fu costruita nello stesso luogo della pieve? Probabilmente per ragioni strategiche: solo da Monte Sante Marie si controllano infatti, a vista, le due valli principali del comprensorio, cioè la valle dell’Ombrone, che passa a est, e quella del fosso Camerone, a ovest.
Con l’avvento dei Franchi, dell’era feudale e del conseguente l’incastellamento, la torre diventa prima uno dei castelli sotto il controllo della stirpe salica dei Conti Scialenghi per poi entrare, nella seconda metà del XII secolo, nell’orbita dei conflitti tra i Cacciaconti, un ramo degli Scialenghi insediatisi a Monte Sante Marie facendone la propria residenza, e le mire espansive del Comune di Siena. Risale a quest’epoca la costruzione del primo castello fortificato e del circostante borgo feudale, inserito nel circuito di rocche di cui la consorteria si era dotata per consolidare un dominio che si estendeva dalla Berardenga a Radicofani.

Il castello subisce numerosi assedi con relative distruzioni, danneggiamenti, ricostruzioni. Tutte vicende di cui c’è ampia testimonianza documentale nelle carte e nelle cronache antiche: sono stati ad esempio firmati proprio a Monte Sante Marie trattati di pace, documenti, transazioni tra i contendenti. Nel 1176 il castello viene interamente distrutto e definitivamente avocato allo Stato senese. Sorte simile toccherà nel 1186 al vicino castello di Montebello (nel sito dell’attuale Palazzo Primo, oggi fabbricato di straordinario valore architettonico facente parte della proprietà della Tenuta), che forse per la sua minore rilevanza strategica non verrà mai più ricostruito.
Definitivamente integrato, ai primi del ‘200, nei domini senesi, Monte Sante Marie ne diventa castello di confine: di confine perché già a pochi chilometri c’erano gli insediamenti di potenze nemiche o di loro alleati, il che bastava a fare della piazzaforte un presidio strategico fondamentale per il controllo del territorio e la difesa dello stato.
Nel frattempo si allarga progressivamente in un popoloso borgo fortificato e in comune autonomo, sotto l’egida senese, fino a contare, ai primi del ‘300, oltre sessanta “fuochi”, cioè nuclei familiari, divenendo così (e rimanendo per secoli) la realtà politicamente e demograficamente più importante dell’area delle Crete ascianesi dopo Asciano.
Una dimostrazione tangibile di ciò si ha nel “Cartulario della Berardenga”, ovvero il “catasto” trecentesco senese: uno dei pochissimi frammenti superstiti di questo documento riguarda per l’appunto l’insediamento di Monte Sante Marie. Ed ecco che, dalle nebbie della storia, emergono i nomi, la professione, la composizione della famiglia, le proprietà, le rendite e le colture agricole delle 500 persone che all’epoca abitavano il borgo! Secondo più recenti stime, al culmine del suo sviluppo, ovvero alla vigilia della peste del 1348, la comunità di Monte Sante Marie annoverava una popolazione di circa 1.700 persone. Un numero incredibile, mai più recuperato, che la dice lunga sull’importanza ell’insediamento.
A circa un secolo e mezzo dopo risale lo Statuto del comune di Monte Sante Marie, custodito nell’archivio storico di Asciano e ricco di informazioni interessantissime sulla vita del paese, attraverso l’attentissima regolamentazione della vita pubblica.
Un’importanza che militarmente si esaurisce nel 1555 con l’assorbimento dello Stato di Siena sotto il dominio mediceo: se infatti cessano le funzioni difensive e militari, Monte Sante Marie rimane un pacioso e importante centro agricolo nonchè il più popoloso insediamento del territorio dopo Asciano.

Non mancano le crisi diplomatiche, gli attrriti e le rivalità di campanile con il comune vicino. Memorabile un documento inviato dal podestà ascianese al collega montigiano per lamentarsi del fatto che proprio al Monte trovano spesso rifugio i “latrones” in fuga dopo le malefatte.
Per oltre due secoli la vita scorre comunque operosa e tranquilla. Le antiche strutture castellane, ormai inutili, restano a proteggere l’insediamento, abitato da signori e contadini, fittavoli e piccoli proprietari.È in questa fase che comincia una prima, lenta fase di trasformazione urbanistica e architettonica del borgo, durante la quale, per mancanza di interventi pubblici dovuti al venir meno delle esigenze strategiche, le architetture medievali subiscono un complesso e progressivo processo di degrado, abbandono, riuso e adattamento fino a quando, nel 1777, la grande riforma amministrativa granducale abolisce, assieme a molti altri, il comune di Monte Sante Marie, declassandolo a frazione del comune di Asciano.
È un altro momento decisivo per la storia del borgo: cessate anche le funzioni amministrative, inizia il progressivo accorpamento della proprietà – fino ad allora frazionata e facente capo sia a famiglie nobili senesi che a piccoli o piccolissimi proprietari – fino all’unificazione in chiave di grande fattoria mezzadrile destinata ad ospitare padroni, contadini, braccianti, commercianti e residenti. Si compie un altro passo, in chiave rurale, nell’adattamento delle strutture architettoniche antiche alle nuove esigenze socioeconomiche. Interventi spesso massicci, a volte distruttivi, che se osservati con occhio odierno possono apparire (e in un certo senso sono davvero stati) catastrofici sotto il profilo della conservazione dell’antico patrimonio edilizio, ma che all’epoca apparivano ampiamente giustificati dai tempi e dalle circostanze. Questa lenta trasformazione dura circa un secolo, dalla fine del ‘700 alla fine dell’800. Scompaiono larghi tratti di mura e la Porta Senese, mentre quella ascianese viene inglobata nel palazzo che diventa una villa padronale. Il borgo perde parte del suo tipico aspetto a conchiglia, con la via maestra che sale fino alla sommità del colle. Il risultato è quello odierno: una grande comunità affacciata sulla piazza, ricca di aie e spazi collaterali, la villa con giardino e il parco di cipressi.
Ciò che non cambia è la vitalità del borgo: tra l’800 e il 900 nascono la scuola elementare, numerose botteghe, il circolo dopolavoro, i laboratori degli artigiani, nuove abitazioni. La fattoria, nel frattempo passata ai Tesi, è un sistema chiuso e perfettamente autosufficiente che, tra abitanti del centro storico e famiglie poderali, tocca tra le due guerre i 600 abitanti. Perfino il treno della neocostruita linea Asciano-Chiusi si ferma nella minuscola e tutt’ora esistente stazione di Monte Sante Marie, nel fondovalle del Camerone.


Ai primi del ‘900, si assiste poi a un’ulteriore, massiccia e imprevedibile trasformazione, che muta ulteriomente il volto dell’antico borgo. Un fatto del quale fino a qualche anno fa non si sapeva darsi una spiegazione razionale: perché, ci si chiedeva, in un’epoca di forte crisi economica e sociale, si avvertì il bisogno o la necessità di operare nuove ristrutturazioni così profonde e brutali, con terrapieni, demolizioni di interi palazzi, piani di calpestio rialzati di tre metri, caseggiati sbassati di uno e due piani, viabilità interna stravolta?
La risposta è arrivata per caso quando si è scoperto che una parte del paramento occidentale della casa padronale – un muro a sacco del ‘200, spesso un metro – presentava gravi lesioni e in parte era già collassato. Durante le riparazioni si è riscontrato che il muro di un’intera ala dell’edificio era integro fino a una certa quota, mentre da un certo piano in su era letteralmente vuoto: qualcuno, in fretta e furia, aveva ricostruito un muro esterno ed uno interno, lasciandolo cavo e appoggiandoci sopra i piani superiori. Un’operazione frettolosa, spiegabile solo con la necessità di ripristinare rapidamente e con pochi mezzi la struttura.
Indagando, è emerso che il 25 agosto del 1909 un catastrofico terremoto colpì alcuni comuni delle Crete Senesi, facendo molti morti (intervenne l’esercito, come testimoniano le cronache dell’epoca) e danneggiando pesantemente il patrimonio architettonico. Immaginiamo cosa dovette accadere nelle sperdute frazioni rurali, con strutture già antiche, rattoppate nei secoli, spesso fatiscenti. Monte Sante Marie fu una di queste. Fu in questa circostanza che il borgo subì l’ennesima trasformazione. Mutò la planimetria di interi edifici, abbattuti e ricostruiti, a volte radicalmente cambiati, scapitozzati, allargati, ridotti. Ecco spiegati ad esempio certi intonaci esterni lasciati esposti alle intemperie ma realizzati con materiali adatti agli ambienti chiusi: sono ciò che resta dei rivestimenti di stanze le cui pareti sono divenute, per crolli o demolizioni, pareti esterne. Ed ecco spiegato il ricorrente ritrovamento di ambienti ipogei sconosciuti e apparentemente scollegati dalle architetture attuali.
Molto, per effetto dei riempimenti, è finito sotto terra.
Sotto Monte Sante Marie, non a caso, esistono quattro livelli di cantina a diverse profondità. Ci sono pure alcuni tunnel che nel medioevo collegavano i diversi palazzi. Da qui, anche, l’estrema difficoltà di ricostruire la storia architettonica di questo posto che è stato – ed è questa la sua particolarità più assoluta, nonché la fonte del suo fascino – abitato, vissuto, usato e continuamente trasformato, per adattarlo di volta in volta alle mutate esigenze di vista, per più di 1300 anni.
Nel secondo dopoguerra, l’esodo delle campagne e la fine del sisterma mezzadrile colpisce duramente e il paese, sfornito o progressivamente privato dei servizi, si spopola di anno in anno. La fattoria viene trasformata in azienda a salariati e si mantiene in vita, ma il “tessuto” umano va inesorabilmente perduto. Famiglie intere abbandonano il borgo. Restano solo gli anziani. Negli anni’60 chiudono le botteghe. Nei primi ’70 la scuola e poi perfino il servizio di scuolabus. La mancanza di acquedotto e la soppressione della pubblica illuminazione danno il colpo di grazia. Le vecchie case, prive di manutenzione, deperiscono rapidamente senza alcuna prospettiva di riutilizzo economico. L’ultimo abitante muore nel 1976.

Per Monte Sante Marie iniziano decenni di semiabbandono, devastazioni, furti, vandalismi e saccheggi di ogni tipo.
Poi, l’inizio della rinascita.

E la storia, per fortuna, continua